Michele Falanga (1865 – 1937)
Michele Falanga rappresenta una delle figure più singolari, intime e suggestive del secondo Futurismo italiano. Intellettuale poliedrico, poeta, fine artigiano e pittore, la sua parabola umana e artistica si sviluppa all'ombra di una Messina sospesa tra il dramma della distruzione e l'impeto della ricostruzione, dando vita a un'opera votata alla pura necessità interiore.
Nasce a Bagnara Calabra il 23 settembre 1865 da Giuseppe e Vincenza Polimeni. Nel 1879 si trasferisce con la madre a Messina, stabilendosi nel quartiere di Santa Lucia. Qui viene affidato alla guida spirituale e culturale di padre Restuccia di Mili San Pietro, grazie al quale sviluppa una solida formazione classica, teologica e storica. In una città in pieno fermento economico, Falanga sposa nel 1892 Grazia Bordino Montechiaro e avvia con successo un rinomato laboratorio di calzature e lavorazione dei pellami nel centro cittadino, diventando un punto di riferimento per l'aristocrazia e l'alta borghesia dello Stretto.
Il 28 dicembre 1908 la sua vita viene tragicamente sconvolta dal catastrofico terremoto di Messina. Falanga sopravvive miracolosamente dopo essere rimasto sepolto sotto le macerie, ma nel crollo della casa perde i figli Giuseppe e Samuele. Questo trauma insanabile segnerà per sempre la sua sensibilità. Negli anni successivi canalizza il proprio dolore e la profonda erudizione nella scrittura, componendo articoli di giornale, testi in prosa, poesie e appassionati manifesti patriottici durante il primo conflitto mondiale.
La svolta pittorica avviene in età matura, a partire dagli anni Venti. Stimolato dal fervore artistico locale e dalla vicinanza con figure come il pittore Daniele Schmiedt e lo scultore Antonio "Tore" Calabrò, Falanga si avvicina ai canoni della rivoluzione futurista, declinandoli in una chiave strettamente personale e privata. Lontano dalle velleità commerciali e dai circuiti espositivi dell'epoca, l'artista sceglie supporti "poveri" e anticonvenzionali: dipinge e realizza collage direttamente sulle pagine dei quotidiani del tempo, come il Corriere della Sera.
Su questa trama di parole stampate e cronaca quotidiana, Falanga sovrappone una personalissima interpretazione dell'aeropittura. Nelle sue composizioni a tecnica mista, il dinamismo tecnologico dei velivoli e le vedute del Mediterraneo si fondono e si scontrano con la memoria ossessiva delle architetture in rovina del 1908. Il contrasto visivo tra il testo del giornale e l'impeto del disegno crea un cortocircuito temporale di straordinaria potenza espressiva.
Dopo la sua scomparsa, avvenuta a Messina il 13 novembre 1937, la sua produzione è rimasta a lungo protetta e custodita dagli eredi, lontana dai riflettori. Solo in tempi recenti la critica ne ha riscoperto l'assoluto valore storico e documentario. La definitiva consacrazione della sua statura artistica è suggellata dall'acquisizione della sua celebre opera "Messina 1908" all'interno della collezione permanente del prestigioso Museo del Novecento di Milano, restituendo stabilmente Michele Falanga alla storia dell'arte del XX secolo.
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